Il LIBRO DI VITA dell'Agnello
Seconda parte: 
Il ciclo della materia

39

Il vulcanismo

(1) Il tempo che ci volle per creare la famiglia solare fu molto più lungo di quello che è trascorso da quando il Sole si è illuminato. Perciò i pianeti hanno poco evoluto da allora. È per questo che possiamo leggere attraverso loro quella che fu l’evoluzione del vulcanismo che inizia subito dopo la loro nascita. Questa lettura è molto importante per finire la comprensione delle formazioni. In quanto è impossibile conoscere quel che è l’attività vulcanica con la sola osservazione che ne facciamo sulla terra. Esaminiamo quindi i nostri pianeti nel loro contesto iniziale, quando erano ancora attivi e caldi. In questo primo ordine (prima dell’illuminazione del sole), trovavamo verosimilmente Plutone, la Luna, Mercurio, Marte, Venere, la Terra; poi il pianeta sconosciuto, Giove, Saturno, Urano, Nettuno. Attraverso questi astri, possiamo anche considerare l’evoluzione di uno solo, ognuno essendo come una sequenza di ciò che fu nel tempo.

Il suolo dei pianeti

(2) Per quanto riguarda solo il vulcanismo, sul suolo della Luna e di Mercurio non troviamo che crateri. Sul suolo di Marte e di Venere, ci sono dei crateri simili a dei vulcani. Sulla Terra, i crateri sono quasi tutti cancellati dalle retrazioni successive dei strati di superficie, non rimangono che vulcani spenti o attivi. Su Giove, Saturno e Nettuno che non hanno mai smesso di aumentare la loro temperatura, il vulcanismo è sfrenato; il gigantismo della loro atmosfera lo prova formalmente. Queste osservazioni ci obbligano a dedurre che il vulcanismo (che è l’eruzione dei gas, seguito dal magma) prende aspetti differenti a secondo del periodo di evoluzione nel quale l’astro si trova.

(3) Notiamo ugualmente che, tra tutti i pianeti del Sole, la Terra è verosimilmente quella che ha il mantello più spesso. In effetti, la temperatura interna delle pianestelle è diventata troppo elevata per aumentare lo spessore delle materie che compongono il mantello. Questa temperatura, molto elevata, tende al contrario a trasformare queste materie in gas, e a diminuire così lo spessore del loro mantello. Sulla Terra, questo è differente; in quanto il calore interno, meno elevato, permette sempre la produzione delle materie del mantello. Questo significa che fino a lei il vulcanismo è una cosa e dopo di lei (dal lato delle pianestelle), è un’altra molto più intensa.

Gli elementi del vulcanismo

(4) Cominciamo dunque lo studio del vulcanismo dalla trasformazione dei crateri. Dopodiché sapremo ciò che ne è del nostro pianeta Terra. Ricordiamo però che prima dell’illuminazione del Sole, tutti gli astri erano più o meno attivi. C’era del magma per conseguenza ed erano tutti provvisti di un’atmosfera formata dalle eruzioni di gas. Come è stato spiegato, il mantello del satellite si sviluppa progressivamente subito dopo la nascita del nucleo. Prima esile, si addensa con il tempo. E finché è caldo e molle, segue facilmente la crescita del nucleo. Solo la sua superficie esposta al freddo è provvista di una soffice crosta che si spacca lasciando apparire delle falde. Ora, qualunque sia lo spessore e la consistenza del mantello, i gas prodotti nel magma aumentano in pressione ed escono in superficie in un modo o nell’altro lasciando le loro impronte. È quello che inizia il vulcanismo.

(5) La produzione di gas e le loro eruzioni sono una faccenda di ebollizione. Basta osservare la Luna affinché questo ci appaia. Tuttavia, queste ebollizioni, sono alla misura dell’astro, cioè estremamente lente ai nostri occhi. Fu così anche per Mercurio e per tutti gli astri quando erano piccoli e vicini al Sole dove si sviluppavano rapidamente. Sulla Luna dunque, notiamo da vicino grandissimi circhi (chiamati mari) che hanno dei bordi poco elevati, dei circhi meno grandi e a volte provvisti di un picco centrale, ed altri più piccoli, sprovvisti di questi picchi. Costatiamo pure che il fondo dei circhi e spesso ricoperto da lava solidificata, e che esistono inoltre moltitudini di buchi di tutte le taglie fatti nella polvere. Studieremo queste formazioni, ma anche i periodi della vita dei satelliti nella quale tutto questo si è prodotto.

(6) La morbidezza e la leggerezza del mantello dei piccoli satelliti oppongono a volte ai gas maggior difficoltà per uscire che la soffice crosta della superficie che, piena di screpolature, le lascia passare più facilmente. Le sacche che si formano e che lasciano le impronte dopo il loro cedimento o il loro scoppio, sono consecutive ad un lento accumulo dei gas sotto i strati del mantello. A cosa paragonare questo? Se posassimo una coperta impermeabile su tutta la superficie di un piccolo acquitrino, dal quale risalirebbero dei gas, questi gas si localizzerebbero progressivamente sotto la coperta formando dei rigonfiamenti tondeggianti. Supponendo che lasciamo a lungo questa coperta su quest’acquitrino, le sue sacche finirebbero per fondersi in una sola e immensa. È per questo ci sono dei piccoli, medi e grandi crateri; ma anche d’immensi, quando queste sacche arrivano ad unirsi sotto il soffice e leggero mantello dei satelliti, al contatto stesso con il magma.

(7) Altro esempio; quando facciamo scaldare una pappa sul fuoco, costatiamo che rapidamente si formano dei piccoli duomi che scoppiano, poi si riformano dallo stesso condotto dei gas. Ingrandiamo questo fenomeno e immaginiamo che disponiamo di un vasto recipiente pieno di pappa. Se portiamo lentamente questa ad ebollizione, fuori con un tempo invernale, costatiamo che la superficie più fredda, si copre di una finissima pellicola impermeabile. I gas risalgono e sotto questa pelle formano dei duomi, allo stesso modo di come abbiamo visto per gli acquitrini. Questi duomi finiscono per scoppiare oppure per sgonfiarsi subito dopo la fuoriuscita dei gas dalla cima della volta che si è assottigliata e poi strappata. Quest’esempio ci mostra realmente quello che è la formazione dei duomi di gas su un satellite e i circhi che lasciano sul suolo dopo il loro scoppio o il loro collasso.

(8) Più il satellite è piccolo, più i strati del suo mantello sono fini, caldi, soffici, leggeri e tanto più leggeri perché su questi piccoli satelliti la pesantezza è molto inferiore a quella che regna sulla Terra per esempio. I gas non hanno allora nessuna difficoltà a sollevarli. Se dunque al contatto del magma di questi piccoli astri, si forma una sacca di gas (potendo avere centinaia di chilometri di diametro), mentre se ne forma un’altra altrettanto grande un po’ più lontano, tutte e due possono finire per raggiungersi. In questo caso formeranno insieme un solo duomo rotondeggiante che non cesserà di crescere e che sarà comparabile ad una vasca rovesciata su un liquido, potendo raggiungere chilometri di diametro.

(9) In base alla rotondità di un astro piccolo, una tale sacca in formazione avrà obbligatoriamente una base circolare. Questa avrà una volta poco pronunciata ma molto estesa contenente un grande strato di gas la cui pressione è poco elevata. Una tale sacca non può crescere indefinitamente, ma lo farà finché la rotondità del satellite ci si oppone e lo ferma. Le sue dimensioni sono dunque proporzionali alla circonferenza dell’astro e al massimo permesso da questa circonferenza. Quello può dare dei gonfiori di grandi dimensioni che, quando crollano, lasciano una vasta depressione circolare sul bordo poco elevato.

(10) Tali sacche di gas probabilmente non scoppiano, ma certamente collassano. È così perché, quando tutto il mantello è staccato dal magma e lentamente sollevato dai gas, la parte superiore della volta si affina e si strappa come è stato detto, lasciando apparire un’apertura beante. I gas fuoriescono quindi da quest’apertura. E il mantello crolla sul magma. Subito dopo il collasso, la lava s’infiltra nell’apertura e si spande sul fondo del circo, e poi si solidifica. È quello che osserviamo sulla Luna.

(11) Al seguito, alcuni piccoli crateri molto più piccoli potranno formarsi in queste grandi depressioni che chiamiamo mari. Tuttavia i gas usciranno più facilmente da questi mari il cui fondo, composto da lava solidificata, è più dura e rigida che altrove. E pure in base a questa solidità che questi mari circolari sono circondati parzialmente da alte montagne. In effetti, i loro bordi solidi hanno servito di punto di ancoraggio alle grandi retrazioni dei strati caldi che si raffreddarono interamente durante lo sconvolgimento. Ecco cosa sono i mari circolari che osserviamo oggi sulla Luna ed i satelliti della stessa generazione.

(12) I grandi circhi della Luna, che si sono formati durante il periodo dove era molto calda, non possono avere lo stesso aspetto che i circhi più piccoli apparsi più tardi. Questo perché crescendo, il suo mantello si è addensato, appesantito e indurito. Era dunque meno caldo nel suo insieme, e gli strati superiori divennero più solidi su una maggior profondità. Si tratta di una nuova forma di vulcanismo, in quanto i gas non possono più fare così facilmente eruzione. Andranno così a concentrarsi più a lungo sotto gli strati che resistono maggiormente. Per formare un duomo di cento chilometri di diametro per esempio, bisognerà forse il doppio del tempo di quel che ci volle per formarlo quando l’astro era più piccolo e più caldo.

(13) Questi ultimi duomi saranno meno grandi e scoppieranno con violenza questa volta, lasciando lunghe scie nella polvere delle vicinanze del circo e nel centro del quale vedremo spesso un pico centrale. Queste lunghe scie, partendo da alcuni circhi, sono obbligatoriamente consecutive all’esplosione di un duomo. Perché questo? Perché in base alla minima pesantezza e alla piccola circonferenza del satellite, delle rocce violentemente proiettate sfiorano la superficie del suolo su grandi distanze. La loro proiezione crea dei vortici nell’atmosfera che solleva la polvere, lasciando tracce. Sono queste tracce che osserviamo oggi intorno ai crateri ultimi nati della Luna. Ricordo che questi crateri si sono formati mentre la Luna, satellizzata intorno al Sole, possedeva ancora la sua atmosfera.

Formazione di un cratere

54 - Formazione di un cratere

(14) Questa figura illustra il modo in cui apparsero, sui satelliti, i crateri di taglia media. I gas si localizzano per prima sotto i strati del mantello, in contatto con il magma, e formano una sacca inferiore nella quale salgono in pressione. Quando la pressione non può più essere contenuta, quindi i gas attraversano il mantello e risalgono verso la superficie fin quando incontrano gli strati superiori più impermeabili che non possono attraversare. Si accumulano allora sotto quest’ultimi e li sollevano di forza. Quello forma un duomo che finirà per scoppiare violentemente.

(15) Perché a volte si forma un pico al centro del circo? Quando i gas sono fermati dagli strati superiori che resistono, la loro pressione aumenta. Questa pressione ha anche per effetto di respingere il magma sotto il mantello, da ambo i lati del condotto. Ci sono dunque due camere formate dai gas e collegate tra loro: la camera superiore a forma di volta (sotto gli strati della superficie) e la camera inferiore (sotto il mantello) che tiene il magma a distanza. Capiamo quindi che, subito dopo l’esplosione della camera superiore, il magma, respinto fino ad ora, si precipita nel condotto e inonda il circo potendolo far straripare. Ma quando la risalita della lava è svanita, questa lava ancora fluida tende a riscendere dal condotto. Ed è a quest’istante dove è meno fluida, che forma un pico al di sopra del condotto che ostruisce.

(16) Che questo pico centrale si produca o meno, il condotto obbligatoriamente si ottura. Ma spesso questo condotto rimane in profondità, così come la camera inferiore che raccoglie i gas. In questo caso i gas si accumulano di nuovo nella camera e nel condotto, e ricominciano nel tempo lo stesso processo. Prenderanno lo stesso passaggio esistente, si localizzeranno ancora in superficie e formeranno un circo più piccolo nel precedente. Queste ripetizioni della formazione dei circhi gli uni negli altri creano quel che chiamiamo crateri a gradini, provvisti o meno da un pico centrale. Questi gradini sono i bordi dei duomi che sono successivamente scoppiati.

(17) Questi scoppi sono la causa principale della polvere abbondante della Luna. Sono anche all’origine di molti buchi fatti in questa polvere da rocce uscite da questi scoppi, che sono ricadute in gran numero. In base alla minima pesantezza che regna su i satelliti, un terzo della materia di un duomo che esplode può essere proiettato nello spazio, un altro terzo può mettersi in orbita poi ricadere qua e là sul suolo, dopo che il terzo terzo, formato dai più grossi corpi sia già caduto. Quello formerà dei piccoli crateri durante qualche tempo, certamente sprovvisti di un pico, in quanto i corpi che cadono non possono entrare in contatto con il magma.

(18) Così, grazie all’attività elettromagnetica degli astri, noi conosciamo oramai l’origine dei crateri di tutte le dimensioni, anche i periodi della vita degli astri nei quali apparsero. Sulla Luna, si sono formati prima che sia intercettata dalla Terra, su Marte o Mercurio, prima che si siano raffreddati in tutto il loro spessore.

(19) I crateri essendo il primo aspetto del vulcanismo, conviene non credere più che sono dovuti ad intense cadute di meteoriti, come ce lo insegnano quelli che prendono sempre le conseguenze per cause! Abbiamo appena visto che il satellite stesso produce i corpi che colpiscono il suo suolo. Qualche meteoriti venendo da altrove possono far parte del numero, ma questo è insignificante. No, i grandi crateri avendo i bordi regolari e un fondo piatto ricoperto di lava solidificata, sono sempre la firma di eruzioni di gas. Affinché siano i meteoriti ad avere formato gli astri e su questi i crateri che osserviamo, avrebbero dovuto esistere nello spazio in quantità che sorpassano la comprensione, e dopo che siano tutti caduti in un modo concentrico, su un solo punto, che li avrebbe attirati irresistibilmente... Cosa sarebbe dunque stato questo punto, e quale sarebbe stata la sua composizione per avere un tale potere?

(20) D’altra parte, su un suolo duro, un meteorite non può fare dei circhi avendo i bordi regolari e di uguale profondità se non cade verticalmente (concentricamente), ma un buco trasversale solamente. Se diciamo che sono caduti su un suolo pastoso, questo è simile. D’altronde per formare dei circhi di parecchie centinaia di chilometri di diametro, avremmo dovuto avere giganteschi meteoriti. Ora, tali corpi solidi, arrivando più veloce del fulmine, avrebbero obbligatoriamente scacciato i satelliti dagli astri ai quali appartenevano. Cessate dunque di credere che i meteoriti o le comete hanno formato gli astri e i crateri di questi astri, questo essendo infondato e il contrario della verità.

Il vulcanismo su Marte e Venere

(21) Fermiamoci adesso su Marte e Venere, più grossi, ma che furono in altri tempi simili ai satelliti che abbiamo appena studiato. Su questi pianeti, troviamo qualche vulcano in più dei numerosi crateri fatti prima della formazione dei vulcani. Per il fatto che il mantello aumenta di spessore e di peso man mano che l’astro si sviluppa, i strati esterni si isolano sempre dal calore interno e si crepano. Questo è quel che forma le faglie che facilitano l’evacuazione dei gas. Quando questo si produce su un astro, è dunque la fine della formazione sostenuta dai crateri esplosivi e l’inizio del vulcanismo più tranquillo che, tuttavia, è di natura simile.

(22) Che sia sulla Terra o su altri pianeti, i vulcani sono prodotti dai gas, poi dalla lava che segue questi gas percorrendo i loro condotti. Allora direte, perché i gas e la lava non continuano a percorrere questi condotti al centro di un cratere, fino a formare progressivamente un vulcano massiccio? Rispondo che in effetti questo si produce, ma assai raramente; in quanto il mantello si muove sotto le contrazioni che finiscono per distruggere i condotti. Un vulcano non può durare in eterno per queste ragioni; e i nuovi che si creano appaiono lungo tutto le faglie. Però, alcuni condotti originari di gas e di lava dimorarono su Marte e Venere, e diedero immense montagne vulcaniche. Perché questi vulcani sono così giganteschi? Perché alcuni vulcani attivi, dislocati qua e là intorno all’astro, bastano ad evacuare tutti i gas che corrono sotto il suo mantello. Questi vulcani sono dunque continuamente attivi. Per questo, generano enormi montagne baltiche.

Il vulcanismo terrestre

(23) Sulla Terra dove i vulcani sono più numerosi (vedremo perché), non possono esserci enormi vulcani, in quanto il loro elevato numero impedisce la loro crescita. Così, e contrariamente a ciò che affermano i scienziati, non è affatto il calore del nucleo a far risalire la lava fino in superficie. No, ciò che la fa risalire, è la pressione che si esercita su questa lava sia dal peso dell’acqua, sia dal peso dei continenti, e dai gas che si accumulano nelle sacche finché si creino delle vie di uscita, di preferenza lungo le dorsali. E nella loro ascensione, portano la lava con sé. Ma se il mantello della Terra avesse più di tremila chilometri, come lo sostengono i geologi, pensate che la lava potrebbe risalire, a tendaggio, su migliaia di chilometri di lunghezza per formare le lunghe dorsali in fondo al mare? Inoltre, questa lava potrebbe rimanere fluida fino in superficie? Perché resti fluida su una tale distanza, bisognerebbe che risalisse cento volte più veloce del fulmine! Tale non è il caso.

(24) Dopo le eruzioni dei gas e quando le pressioni o le depressioni sono svanite, la lava cola lentamente sul suolo, poi diminuisce ancora fino a fermarsi oppure a formare solo un lago nella bocca del vulcano. Un tale lago può quindi rimanere, in quanto il soffice mantello permette al nucleo di farsi sentire durevolmente fino alla superficie del suolo. Il lago è dunque una testimonianza in più che il mantello terrestre non può eccedere trenta chilometri, se no la lava non potrebbe rimanere fluida in superficie. Se si solidifica in seguito e ottura il condotto, allora il lungo processo vulcanico ricomincia. Per questo bisogna considerare un vulcano recente e spento come un vulcano di cui i gas si preparano a fare una nuova eruzione.

La cintura di fuoco costeggiante l’oceano Pacifico

(25) Andremo a confermare ancora che il mantello è di poco spessore, e che la sua consistenza è come quella di una conchiglia che limita la pressione sul magma. Se dunque uno shock rompe questa conchiglia in due parti, il peso di queste due calotte si farà sentire di colpo sul magma, e creerà un formidabile vulcanismo lungo questo spacco. È quello che si è prodotto con l’arrivo della Luna, in quanto lo shock spaccò la conchiglia terreste in due parti quasi uguali, ecco come:

La linea di frattura formando la cintura di fuoco

55 - La linea di frattura formando la cintura di fuoco

(26) Munendoci di un piccolo globo terrestre e di un atlante sul quale figurano i vulcani che furono attivi nei tempi storici, costatiamo in primo luogo che l’oceano Pacifico ricopre quasi tutta la metà del globo, e che è circondato da una cintura di vulcani antichi tra i quali molti sono sempre attivi. Perché quest’allineamento di vulcani fa il giro del globo, se non è perché questi vulcani apparsero su una linea di frattura che tagliò la conchiglia terrestre in due parti? La figura mostra chiaramente quel che si produsse con la Luna che urtò la Terra ferro contro ferro. Notiamo che lo shock fece fare un salto in avanti alla Terra. Quello bastò a fratturare il mantello; in quanto la parte anteriore di questo fu spinto dal nucleo, mentre in base all’inerzia, la parte posteriore ebbe tendenza a rimanere sul posto. Ci fu dunque un’estrema tensione che fece cedere la crosta come la figura lo mostra.

(27) Questa faglia, immensa e continua, che si è probabilmente aperta fino al nucleo, non è da confondere con le faglie meno profonde dovute alle retrazioni. Perché qui, subito dopo lo shock, sono quasi tutti i gas e tutto il magma della Terra ad infilarsi in questa frattura, formando così la cintura di fuoco intorno al bacino del Pacifico. Ma questo shock, che si è prodotto alla fine del secondario, ci mostra pure che le immense catene vulcaniche che ne risultarono furono fortemente raffreddate e catturate nell’ultima era glaciale. Quello creò le magnifiche montagne che osserviamo lungo la linea di frattura, come gli allineamenti di piccole o lunghe isole che osserviamo dal lato occidentale del bacino.

(28) Qui attiro la vostra attenzione, in quanto se il mantello non aveva il piccolo spessore che abbiamo evocato, ma tremila chilometri come l’insegnano ai bambini, i gas che risalgono del magma non farebbero alcuna differenza tra le faglie (paragonabili a dei precipizi) e il resto del mantello. Uscirebbero ovunque, e non potrebbero formare alcun allineamento di vulcani, e ancora meno fare il giro del globo! In quanto posando il dito su questa linea vulcanica che costeggia il bacino del Pacifico, facciamo il giro della Terra senza levarlo. In effetti, partendo dalle isole Aleutine per esempio, vediamo che questa linea prosegue lungo le Montagne Rocciose, passa per l’America centrale, poi segue lungo la Cordigliera dell’Ande fino alla Terra del Fuoco, raggiunge la penisola Antartica, continua fino al monte Erebus, poi risale lungo tutto il lato occidentale del bacino (che si è maggiormente frammentato) e raggiunge le isole Aleutine. Per questo, ve lo dico, tutti i vulcani che formano una cintura così evidente intorno ai bacini non sono certo messi lì per rinfrescarci i piedi, ma perché apparvero insieme lungo questa gigantesca faglia essendosi prodotta solo da un formidabile shock con un altro astro. Siatene convinti.

(29) Se il giorno dello shock con la Luna saremmo stati nello spazio, testimoni oculari di quel che si è prodotto, allora avremmo visto apparire un’autentica linea di fuoco intorno al globo, e migliaia di piccoli punti luminosi sul luogo stesso dell’impatto, in mezzo all’oceano. Questi punti luminosi erano, anche loro, dovuti a rapide risalite di lava. Senza allineamento questa volta, divennero tanti vulcani prima e piccole isole dopo, che popolano oggi l’oceano Pacifico. Un continente dunque sprofondò sia per lo schiacciamento, l’aratura, l’effetto di mola e le onde di urto che il contatto con la Luna provocò. Questo è certo, in quanto è impossibile che le retrazioni del suolo abbiano potuto dar nascita ad un continente su la metà del globo. Fino alla fine del secondario, c’era dunque un continente in quel posto. Le piccole isole disseminate qua e là, senza ordine, sono le risorgive di questo continente e ne testimoniano le sua esistenza anteriore.

(30) Oggi mostrato dalle catene montuose, ma anche dagli arcipelaghi di isole e la cintura di fuoco che costeggia il bacino Pacifico, quest’immensa linea di frattura è la prova evidente che la Luna fu intercettata dalla Terra e che lo spessore del mantello terrestre e della Luna sono per l’appunto ciò che ho spiegato, se no questa linea di frattura non potrebbe esistere.

(31) Su Marte questo è identico. In quanto in base allo shock con il pianeta sconosciuto, la crosta di Marte si fratturò. E probabilmente la faglia raggiunge in profondità il nucleo di quest’astro. Per le stesse ragioni, troviamo anche delle piccole faglie sulla Luna, e dei corrugamenti fatti per compressione. Queste faglie e corrugamenti, devono attraversare i circhi, e anche fratturare catene montuose. Però, sulla Luna, le cose furono un po’ diverse, in parte perché lo spessore del suo mantello (divenuto interamente crosta) è nettamente inferiore a quello del mantello terrestre; e d’altra parte, perché in base al suo raffreddamento, questo mantello era già interamente rigido e saldamente attaccato al nucleo quando ebbe luogo lo shock.

(32) D’altronde, e in base al lavoro del pianeta, capiamo che questa faglia prodotta dalla Luna presenta un’attività sismica continua. Perché, quando i vulcani che la cospargono sono momentaneamente interrotti, la pressione dei gas che si accumulano di nuovo genera delle camere (delle cavità) che finiscono per far cedere gli strati nei dintorni. E la Terra trema. Se aggiungiamo questo alla continua apertura delle fosse marine che bordano questi bacini, nessuno può più sorprendersi della frequente attività sismica di queste regioni del globo. Ma, in verità, sono solo minuscoli fenomeni in confronto alla Terra.

*

(33) Lo shock provocato dalla Luna spiega anche l’origine dell’orbita decentrata della Luna intorno alla Terra, e l’orbita decentrata della Terra intorno al Sole. Spiega pure il fatto che non ci siano continenti nel bacino del Pacifico, e perché gli esseri della fine del secondario sono all’improvviso spariti. Potete inoltre immaginare quel che è dovuto succedere agli antipodi dello shock, che sembra essere il Sahara? Se ci fossero delle montagne, queste si appiattirono per compressione! Nessuna vita dunque è potuta resistere ad un tale shock.

(34) Oltre a questo, quella figura del contatto della Luna con la Terra mostra senza ambiguità lo spessore dei mantelli, l’origine della cintura di fuoco, ma anche lo sconvolgimento della famiglia solare, le ere, l’esplosione dell’atmosfera del Sole, e pure che quest’ultimo era una volta come Giove. In verità, è tutto l’insegnamento del Figlio dell’uomo che si conferma man mano nelle spiegazioni, in quanto andate di evidenze in evidenze che vi aprono gli occhi. Più niente può sfuggirvi e nessuno può più ingannarvi, in quanto vedete le cose celesti nel loro insieme o nel loro dettaglio, come lo desiderate.

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